Il 19 marzo, gli Stati Generali del Vino Europeo, convocati al Parlamento da Astrid Lulling (PPE Eurodeputata Lussemburgo Presidente dell’intergruppo vino) e da Michel Dantin (PPE Eurodeputato Francia relatore OCM riforma PAC), hanno ribadito il loro deciso NO alla liberalizzazione degli impianti vitati prevista a partire dal 2016 (tale norma, introdotta nella riforma dell’Organizzazione Comune del Mercato del Vino nel 2007, prevede la fine dell’attuale collaudato sistema dei diritti di impianto al 31.12.2015).
FIVI era presente con il Presidente Costantino Charrère, la Vice Presidente Matilde Poggi e il Consigliere Niccolò Montecchi. Tra i 15 ministri partecipanti, rappresentanti dei paesi che producono il 95% del vino in Europa, la maggioranza ha espresso la ferma opposizione alla liberalizzazione.

“Il Parlamento Europeo è pronto a fare la sua parte e a lavorare per il mantenimento dei diritti di impianto per i vigneti oltre il 2015”, ha affermato Paolo De Castro, presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo. Posizione che riprende e ribadisce l’opposizione alla liberalizzazione già espressa dal parlamento nel luglio 2011 nella relazione sulla Pac 2020.
Il ministro italiano dell’Agricoltura, Mario Catania, ha dichiarato il suo impegno a correggere da subito la norma della riforma OCM del 2007, affermando che l’Italia deve difendere un modello di sviluppo controllato, unico e storico. Per sostenere questa posizione punta molto sul lavoro del Gruppo ad alto livello che la Commissione Europea ha creato per valutare le conseguenze socio-economiche della eventuale liberalizzazione.
Uno studio dell’AREV (Assemblée des Régions EuropéennesViticoles) “sugli impatti socio-economici e territoriali della liberalizzazione dei diritti di impianto” dimostra alcune cose molto interessanti: come l’assenza del sistema di regolazione degli impianti presso i nostri concorrenti del Nuovo Mondo non ha permesso loro di evitare lo squilibrio del mercato; che il sistema dei diritti di impianto non ha bloccato lo sviluppo del vigneto Europeo, ma ha invece permesso la creazione di nuove superfici nelle regioni in cui gli sbocchi commerciali chiedevano crescita (Italia, Francia…); ma soprattutto che la logica della scomparsa dei diritti di impianto porterebbe alla delocalizzazione produttiva, e permetterebbe di impiantare vigneti in concorrenza alle zone colturali vocazionali, distruggendo inevitabilmente il capitale ambientale, paesaggistico, storico e culturale delle regioni viticole Europee.
Tutti sembrano d’accordo su queste considerazioni, fatta eccezione per il CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) presieduto dall’Italiano Lamberto Vallarino Gancia. Questo probabilmente è il punto di vista di industriali e commercianti.
Thomas Montagne, presidente CEVI (Confédération Européenne des Vignerons Indépendants), ha naturalmente difeso, nel Suo intervento, il mantenimento dei diritti di impianto.
La palla passa ora al Parlamento Europeo, e CEVI e FIVI sono mobilitate con una azione di sensibilizzazione trasversale nei confronti di tutti gli Europarlamentari Italiani.
Nell’occasione Costantino Charrère ha potuto incontrare il Ministro Catania, al quale ha richiesto udienza a Roma per presentare il Dossier FIVI sulla Semplificazione Burocratica. Il Ministro si è pronunciato favorevolmente, e siamo in attesa della definizione della data dell’incontro.


